Il richiamo non è un comando: è lo specchio della relazione con il tuo cane

Pubblicato il 14 settembre 2026 alle ore 16:59

Il richiamo non è un comando: è lo specchio della relazione con il tuo cane

“Vieni!”

Quante volte lo abbiamo detto?

Al parco.
Durante una passeggiata.
Quando il nostro cane si allontana.
Quando vediamo arrivare qualcuno.
Quando è il momento di tornare a casa.

E quante volte, invece di tornare, il cane ci ha guardati e ha continuato per la sua strada?

A quel punto spesso pensiamo: “Non mi ascolta” oppure: “È testardo.” “Quando è fuori non capisce più niente.”

Ma siamo sicuri che il problema sia davvero il fatto che non ci ascolta?

Io credo che sul richiamo ci sia un equivoco enorme. Il richiamo non è semplicemente un esercizio di obbedienza.

La parola “Vieni” si può insegnare, certo. Il cane deve sapere cosa significa e deve imparare che, quando la sente, la risposta corretta è raggiungerci.

Ma il vero richiamo, quello che ci interessa davvero avere quando siamo fuori casa, non si costruisce soltanto insegnando una parola.

Si costruisce molto prima.

“Perché dovrebbe tornare da me?”

Questa è la domanda che, secondo me, dovremmo farci più spesso.

Immaginiamo un cane libero in un prato.

Davanti a lui ci sono odori nuovi, tracce da seguire, altri cani, persone, rumori, possibilità di esplorare.

Poi noi diciamo:

“Vieni!”

Perché dovrebbe scegliere di interrompere quello che sta facendo e tornare da noi?

La risposta non può essere sempre “perché gliel'ho insegnato”.

Perché il cane non vive in un mondo fatto soltanto di comandi, vive di esperienze, emozioni, motivazioni e associazioni e soprattutto vive di relazione.

Per me il richiamo ha molto a che fare con il modo in cui il cane ci percepisce.

Siamo semplicemente quelli che tengono il guinzaglio?

Quelli che decidono quando si esce e quando si torna?

Quelli che lo chiamano quando sta facendo qualcosa che non dovrebbe fare? Oppure siamo il suo punto di riferimento?

Una persona con cui vale la pena condividere ciò che sta vivendo?

Non significa che il cane debba stare continuamente vicino a noi.

Anzi.

Un cane equilibrato deve poter esplorare, annusare, allontanarsi, osservare e vivere l'ambiente.

Ma mentre lo fa, dovrebbe avere la possibilità di sapere dove siamo, può allontanarsi, ma sa sempre dove tornare.

E soprattutto sa che tornare da noi non significa perdere qualcosa.

Attenzione a cosa insegniamo quando diciamo “Vieni”

C'è un altro errore molto comune.

Chiamiamo il cane quasi sempre quando sta per succedere qualcosa che per lui significa la fine di qualcosa di bello.

“Vieni” → mettiamo il guinzaglio.

“Vieni” → saliamo in macchina.

“Vieni” → torniamo a casa.

“Vieni” → finisce il gioco.

“Vieni” → dobbiamo andare via dal parco.

E allora il cane impara una cosa molto semplice:

quando sento quella parola, qualcosa di bello sta per finire.

Non è disobbedienza.

È apprendimento.

Se ogni volta che il tuo cane torna da te gli togli la possibilità di fare ciò che stava facendo, prima o poi potrebbe iniziare a pensarci due volte.

E non perché non ti voglia bene ma perché anche lui fa delle associazioni.

E poi c'è un altro problema: chiamarlo continuamente

“Vieni!”

“Vieni!”

“Vieni!”

“Vieni!”

Il cane non si muove.

“VIENI!”

Ancora niente.

Alla fine andiamo noi a prenderlo.

Questa scena è molto più importante di quanto sembri.

Perché se ripetiamo una parola molte volte senza che accada nulla, quella parola perde valore.

Il cane può imparare che “Vieni” non significa necessariamente che devo muovermi verso il mio umano, non basta aumentare il volume.

Il richiamo non diventa più efficace perché urliamo più forte.

Attenzione però, certo che il richiamo va allenato.

Dire che il richiamo è relazione non significa assolutamente che non debba essere allenato, anzi.

Il richiamo va allenato eccome.

Il cane deve imparare il significato della parola, deve fare esperienza del comportamento corretto e deve poterlo ripetere in situazioni progressivamente più difficili.

Non possiamo pretendere che un cane risponda perfettamente in mezzo a dieci stimoli nuovi se abbiamo allenato il richiamo soltanto in casa.

La difficoltà va costruita gradualmente e soprattutto dobbiamo conoscere il nostro cane.

Perché un richiamo efficace non è soltanto “il cane torna”. È anche capire quando possiamo chiedergli di tornare, quanto è difficile per lui farlo in quel momento e quali motivazioni sono presenti nell'ambiente.

Il richiamo racconta molto della nostra relazione e qui arriviamo al punto che per me è più importante.

Quando un cane torna da noi, non sta semplicemente eseguendo un comportamento.

Sta anche interrompendo qualcosa per raggiungerci, questa cosa dovrebbe farci riflettere.

Perché il cane può scegliere.

Può scegliere di continuare ad annusare.

Può scegliere di correre verso un altro cane.

Può scegliere di seguire una traccia.

Può scegliere di tornare.

Il nostro obiettivo non dovrebbe essere eliminare tutte le altre possibilità.

Dovremmo diventare una possibilità che il cane considera importante.

Quella verso cui vale la pena tornare.

Quando il cane torna, cosa succede?

Anche questo conta tantissimo.

Il cane finalmente torna e noi cosa facciamo?

“Era ora!”

“Dove cavolo eri?”

“Ti ho chiamato mille volte!”

Oppure lo prendiamo subito e lo leghiamo.

Se ogni ritorno viene seguito da una punizione, anche solo attraverso il nostro tono o attraverso la perdita immediata della libertà, stiamo rendendo il ritorno sempre meno conveniente dal punto di vista del cane.

Il cane non deve essere accolto come un eroe ogni singola volta, ovviamente.

Ma dobbiamo imparare a non punire il cane per essere tornato.

Se è tornato, quello è il comportamento che vogliamo costruire.

Il richiamo non si misura soltanto dalla distanza, un cane che torna da cento metri non è necessariamente più “bravo” di un cane che torna da dieci.

Perché magari quei cento metri erano facilissimi mentre quei dieci metri, in quel momento, rappresentavano una difficoltà enorme.

Il richiamo va valutato in relazione al contesto.

Alla motivazione.

Alla storia del cane.

All'ambiente.

Alla relazione.

E alla capacità che abbiamo avuto noi di costruire gradualmente quel comportamento.

Per questo non amo molto l'idea del richiamo come gara.

Non mi interessa che il cane torni perché deve dimostrare di essere obbediente, mi interessa che abbia imparato che tornare da noi è una scelta possibile, sicura e significativa.

IAlla fine, per me, il vero richiamo è questo:

Un cane sta esplorando il mondo.

Noi lo chiamiamo.

Lui si gira.

Ci guarda.

Valuta quello che sta facendo...e decide di tornare.

Non perché il mondo fuori non sia interessante ma perché anche noi lo siamo.

E questa, secondo me, è la differenza tra insegnare un comando e costruire un richiamo.

Perché possiamo insegnare a un cane che la parola “Vieni” significa “raggiungimi” ma costruire un cane che sceglie di raggiungerci è qualcosa di molto più profondo.

Il richiamo, alla fine, non è soltanto una parola.

È il punto in cui addestramento e relazione si incontrano.

E forse dovremmo smettere di chiederci soltanto:

“Perché il mio cane non torna quando lo chiamo?”

E iniziare a chiederci:

“Che cosa significa per il mio cane tornare da me?”

 

 

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